La fake news della barriera corallina nel nostro mare

La notizia della scoperta di una barriera corallina a 50 metri di profondità lungo la costa pugliese sta facendo il giro dei media, come una valanga. Le formazioni coralline presenti ai tropici si chiamano barriere perché formano sbarramenti che quasi affiorano.

Quelle che sorgevano attorno ad antichi vulcani hanno portato alla formazione degli atolli. Non c’è niente del genere in Mediterraneo. La sensazionale scoperta altro non è che una biocostruzione: una sopraelevazione del fondo dovuta ad organismi che formano scheletri e che crescono gli uni sugli altri, proprio come fanno i coralli delle barriere coralline.

Lungo le coste italiane vivono diversi tipi di biocostruzioni, oggetto di un recente progetto di rilevante interesse nazionale che li ha mappati lungo tutte le nostre coste. Quello trovato lungo la costa pugliese altro non è che una rimarchevole espressione del ben noto coralligeno, studiato sin dagli anni cinquanta. Si chiama coralligeno perché, prima che i prelievi ne depauperarono le popolazioni, quell’ambiente generava il corallo rosso, ben noto in gioielleria. I coralli delle formazioni coralline, e anche quelli segnalati in Puglia, sono madrepore, e non hanno nulla a che vedere con il corallo rosso, anche se entrambi appartengono alla stessa classe di organismi: gli antozoi. Lungo le coste pugliesi, nella parte profonda dell’Adriatico e nello Ionio, sono state scoperte, qualche anno fa, formazioni coralline che vivono a circa 500 metri di profondità. Per non parlare di intere foreste di gorgonie e antipatari (sempre appartenenti alla classe degli antozoi) recentemente scoperte lungo le coste calabresi. O le montagne sottomarine, anch’esse esplorate solo in tempi recenti, dove si stanno scoprendo, grazie ai sottomarini da ricerca, importanti espressioni della biodiversità.

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Luca

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